Aiuto, gli Aiuti!
Posted: May 23rd, 2009 under Documents, Reflections.
| M | T | W | T | F | S | S |
|---|---|---|---|---|---|---|
| « Oct | ||||||
| 1 | ||||||
| 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 |
| 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 |
| 16 | 17 | 18 | 19 | 20 | 21 | 22 |
| 23 | 24 | 25 | 26 | 27 | 28 | 29 |
| 30 | ||||||
Posted: May 23rd, 2009 under Documents, Reflections.
Anni fa, Nigrizia pubblicò un dossier intitolato “Aiuto, gli aiuti”. In poche parole vi si sosteneva la tesi che gli aiuti internazionali fanno più male che bene all’Africa, perché le modalità con cui vengono distribuiti non sono corrette.
Lo scorso anno, ai primi di giugno, mentre ero a Riccione per partecipare ad un seminario organizzato ai margini del Premio Ilaria Alpi, venni intervistato brevemente da un amico giornalista, Della’intervista, pubblicata da Il Redattore Sociale, il quotidiano La Repubblica riprese solo una frase, che pubblicò virgolettata e in grande evidenza per rinforzare il messaggio di un articolo. Era qualcosa del tipo “Molte ONG usano gli aiuti all’ Africa per aiutare se stesse. Padre Kizito”. Lo penso ancora.
Dopo quella citazione ricevetti tre email da amici che lavorano in diverse ONG dicendomi che trovavano quella citazione infelice. Risposi che, conoscendoli, so che loro e le loro ONG lavorano con serietà, ma che bisogna pur dire che per una buona maggioranza le cose non sono cosi. La mia non era una condanna indiscriminata, avevo detto “molte”, avrei anche potuto dire “una buona maggioranza”, ma non ho detto “tutte”. Avevo anche detto al giornalista che il mio personale parere ed esperienza e’ che quando si tratta di aiuti allo sviluppo “piccolo e’ bello”, perché le ONG piccole lavorano spesso con tanti volontari veri, non pagati, hanno motivazioni più genuine, lavorano in vero contatto con le persone locali e raggiungono risultati migliori. Io ho contribuito a creare almeno una ONG e due ONLUS in Italia, e almeno quattro ONG in paesi africani, e quindi ben so che possono essere ottimi strumenti per intervenire efficacemente in favore di chi ha bisogno, sia con aiuti di emergenza che per la promozione umana e educazione ai diritti.
A conferma del lato negativo del lavoro delle ONG ricevetti anche cinque email. Le rappresentava tutte una lunga e dettagliata lettera di una persona che dopo aver lavorato per un totale di 12 anni in due diverse grosse ONG aveva deciso di cambiar completamente lavoro proprio pochi mesi prima perché disgustato dalla lotta senza esclusione di colpi per assicurarsi i finanziamenti del nostro Ministero degli Esteri o della Comunita’ Europea, dall’inefficienza, dalla corruzione, dal fatto che trovare i finanziamenti e rendicontare i progetti diventa più importante che farli bene e far crescere la gente locale. E’ comprensibile come sia quasi inevitabile, se non c’e’ un’altissimo livello di motivazione, che ad un certo punto dell’ evoluzione di una ONG la presenza di professionisti ben retribuiti faccia si che il motivo dell’esistenza della stessa non sia più’ quello che fare progetti al servizio dei poveri, ma di ottenere finanziamenti per garantire la continuità dell’impiego.
Mentre invece funzionano gli aiuti che passano attraverso piccoli canali, dove la gente si incontra aldi la’ di tutti i tipi di divisioni, e dove la dignità’ delle persone e’ rispettata. . Penso alle iniziative di tante piccole ONG che hanno cosi di gestione quasi zero, ai gemellaggi fra scuole e associazioni e parrocchie e diocesi e magari anche squadre sportive, alla cooperazione decentrata fatta da comuni, provincie e regioni. Situazioni dove i volontari si pagano il biglietto aereo di tasca loro e, magari facendo errori, comunque meno gravi e meno costosi di quelli fatti dalle grandi ONG, si coivolgono in prima persona. Fortunatamente queste piccole iniziative sono molte e anche se non cambieranno la faccia dell’Africa, almeno ognuna di loro rida’ forza e speranza a qualche centinaio di persone. E non e’ cosa da poco, se confrontata col quadro fallimentare degli aiuti istituzionali.
Ho ritrovato tutto questo in un’intervista a Dambisa Moyo pubblicata lo scorso lunedì su La Repubblica. Il titolo e’ “Dambisa Moyo denuncia: gli aiuti salvano i dittatori e condannano l’Africa” La Moyo, zambiana quarantenne, economista che ha lavorato alla Banca Mondiale, e che lo scorso 11 maggio il Time ha inserito fra le cento persone più’ influenti del mondo, ha pubblicato un libro intitolato Dead Aid – che potremmo tradurre con Aiuti Mortali – in cui espone come le modalità’ degli aiuti siano sbagliate, ma mi pare, almeno dall’ intervista perché’ il libro non credo sia disponibile in Italia, che salvi proprio gli aiuti piccoli e mirati, che non passano attraverso i grandi canali istituzionali. Mentre gli aiuti diretti da governo a governo, dice, sono “diventati un immenso business dove ci guadagnano tutti tranne l’Africa: le ‘benemerite’ fondazioni americane, le multinazionali alimentari, le organizzazioni non governative”.
Allego qui sotto l’intervista scansionata.
Posted: May 15th, 2009 under life.
L’ immigrazione e’ un fenomeno in se’ positivo e arricchente per la società Italiana. Ci provoca all’apertura sociale e culturale, e, incidentalmente ma forse per alcuni e’ la cosa più’ importante, crea ricchezza. Tutte le statistiche lo dimostrano. Eppure abbiamo un capo del governo che la nega, che addirittura non la vede. L’Italia e’ già una societa’ multi-etnica. L’ho visto nelle scuole di Torino dove sono andato coi bambini del Koinonia Children Team lo scorso dicembre: in alcune classi i figli di immigrati arrivavano al 60 per cento, e gli insegnanti erano giustamente orgogliosi della straordinaria ricchezza rappresentata dai loro bambini, anche se, ovviamente, qualche problema c’e’. Queste aule multi-etniche ormai nelle medie e grandi città’ sono la regola. Ma chi frequentano i nostri governanti?
L’immigrazione dovrebbe quindi essere governata, e un governo intelligente dovrebbe preoccuparsi di accelerare e migliorare il processo di integrazione. Invece abbiamo un governo che già nella precedente campagna elettorale ha esasperato i lati negativi di questo fenomeno e fatto della immigrazione il capro espiratorio di tutti i nostri mali. Cosi’ i barconi carichi di persone che non sono criminali, ma sono poveri che vengono in cerca di lavoro, che sfuggono a persecuzioni, guerre e fame, sono stati dipinti come ricettacoli di delinquenza. Chiunque abbia frequentato i veri delinquenti – a me ogni tanto capita – sa che si vestono, bene, si profumano e usano tutti i trucchi per apparire piu’ belli di ciò che sono dentro.
Cio’ che e’ successo pochi giorni fa alla stazione di Palermo e’ stato emblematico. Una persona con problemi psichici ha incominciato a prendere a martellate due anziani. Uno dei due e’ morto poco dopo e l’altro e’ ancora in pericolo di vita. C’erano presenti decine e decine di persone, e nessuno e’ intervenuto. Quando sono arrivati due ragazzi Nigeriani, “irregolari”, hanno bloccato l’ assassino che stava fuggendo e l’ hanno consegnato alla polizia. In quel momento tutti i coraggiosi palermitani presenti, tutti rigorosamente italiani doc, hanno circondato l’assassino ormai inoffensivo ed hanno cercato di ammazzarlo a botte.
Non basta aver dato ai due ragazzi il permesso di soggiorno per cancellare la vergogna che questi fatti ti fanno crescere dentro.
Vi propongo su questo tema un editoriale di AMANI del mese scorso. Chi non sapesse ancora chi e’ AMANI può’ visitarne il sito che e’ nella lista qui a sinistra.
FRATELLI PER NIENTE
Una domenica sera di febbraio la trasmissione Presa Diretta di Rai3 ha mandato in onda una puntata tutta dedicata a storie d’immigrazione. In una di queste succedeva che i vigili del fuoco facevano sgomberare a Napoli uno stabile giudicato inagibile, nel quale abitavano famiglie italiane e straniere. A sera, le autorità municipali avevano trovato agli italiani una sistemazione di fortuna; gli immigrati erano stati invece lasciati sulla strada. Alcuni di loro hanno occupato allora per protesta il Duomo ed è stato lì, sui banchi della chiesa, che un giornalista li ha intervistati. Uno, un ragazzo africano, riferendosi all’accaduto ha detto che in Italia c’è l’apartheid, perché ci sono disparità di trattamento a seconda del colore della pelle. E ha aggiunto che è inutile dirsi cristiani e appellarsi al messaggio di fratellanza del Vangelo perché, se queste cose succedono, allora vuol dire che «non siamo fratelli per niente».
Quel ragazzo aveva ragione. Non siamo fratelli per niente di chi è lasciato a dormire per strada, mentre al suo vicino viene offerto un letto per la notte. Non siamo fratelli per niente di chi non ha diritto alle cure mediche, mentre il suo simile sì, solo perché ha un pezzo di carta in più. Non siamo fratelli per niente di chi raggiunge le coste europee a rischio della vita e viene per tutta accoglienza messo in prigione. Non siamo fratelli per niente di chi viene schedato senza aver fatto nulla di male, soltanto perché non ha un tetto. Non siamo fratelli per niente di coloro a cui neghiamo un luogo di culto, che è un bisogno fondamentale di ogni essere umano.
«Quello che non ho sei tu dalla mia parte», diceva il titolo che apriva il seminario indetto a Caserta, dai volontari di Amani e dagli immigrati che lì vivono, nel marzo 2008, qualche mese prima della strage di settembre a Castel Volturno, nella quale vennero uccisi cinque di loro, tre ghanesi, un liberiano, un togolese. Sono parole di una canzone di Fabrizio De André, che cantava gli ultimi e gli esclusi; loro ne hanno fatto un appello. Un obbiettivo da raggiungere. Noi dalla loro parte.
«Porta il tuo cuore in Africa», dice lo slogan di Amani. Ma oggi l’Africa è qui, è da noi. L’Italia è la nostra Africa dei diritti fondamentali negati, della solidarietà rifiutata, dei torti inflitti al più debole, a colui che non ha nulla. Noi di Amani pensiamo che si debba fare qualcosa. Non soltanto per i bambini di strada di Nairobi e di Lusaka. Non soltanto per i ragazzi delle montagne Nuba. Si deve fare qualcosa anche per questa Italia africana. Chiediamo agli amici, ai sostenitori, ai volontari di Amani di segnalarci proposte ed idee che si aggiungano alle nostre.
Nel giugno 2008 Amani è stata tra i promotori della Porta di Lampedusa, il monumento ai migranti morti in mare, opera di Mimmo Palladino, che si inaugurò in quei giorni sulla scogliera dell’isola che guarda a sud. Vorremmo che quel monumento, che per migliaia di migranti ogni anno è un punto di arrivo, diventasse per noi un punto di partenza, alla ricerca di nuovi fratelli.
Posted: May 3rd, 2009 under life.
My dear brothers and sisters, boys and girls, children who in Kenya, Sudan and Zambia live in Koinonia Community homes,
During this Easter time some of you, even some friends from Italy, have mentioned that in the past they were touched by the “Parable of the Good Farmer and the Juicy Mango”, that I had said on different occasions during our Eucharistic celebrations, and have asked me to write it down. It is not my creation, I remember reading it somewhere. Let me all the same write down my version, and when I will find out who is the original author I will give him or her the due credit.
Once upon a time there was a very good and wise African chief. In his area people lived peacefully, and when there was a quarrel, he administered justice with wisdom.
In his area there was a young peasant farmer called Tutu. He worked very hard so that his wife and three children could always have good food, and in his family there was much love.
One day, as he was working in his orchard, Tutu saw that many mangoes were about to ripen, and one among them was very big, and from the color and the smell he thought that after three days it would be perfectly ripe and juicy. So, he colleted it carefully and took it home. That evening, after they had shared the meal, Tutu showed the mango to his wife and children and said: “Look at this beautiful mango, it is the best I had ever seen, and surely will be delicious to eat. I collected if for you, but then I thought that it is so nice that we can make a gift to our chief. He is a good man, and we have never been able to show him our appreciation. What do you think?” They all thought it was a suitable gift for the chief.
The following day Tutu put the mango in a small box and set out for the walk to the chief’s home that could take about four hours. After some time he met on the road a young rich trader on a beautiful horse, who was going to the market to be held in the chief’s village to sell precious cloths. When the trader saw that Tutu was holding a box with such great care, he became curious and asked what was inside it. Very happily Tutu showed his mango and said he was going to present it to the chief as a special gift. The young trader laughed so much that tears were rolling down his cheeks: “Do you really believe that the chief will care about a mango? He has people giving him very precious gift! He will think you are making fun of him, and will send you away in disgrace”.
But Tutu was not discouraged. He put the mango back into the box and went on.
When he reached the chief’s compound he was stopped by some of the chief’s attendants. He explained to them he wanted to offer his mango as a gift to the chief. The attendants shouted at him, telling him the chief had not time to spare for such small matter.
But the chief, who was in a hut nearby, heard the shouting, asked what was the reason, and then ordered to allow Tutu to see him. Tutu came in, presented the mango to the chief, and said” This is the best fruit that has ever grown in my field. Please accept it as a sign of the respect and love that my family and me have for you. You are a wise chief, you have kept peace and justice in our land, we are happy to be part of your people”.
The chief turned to his teenager son and whispered: “Tutu is not just giving us a mango, his giving his heart. Go, take the best horse we have, so that I can exchange his gift with a suitable one”.
Tutu was surprised when the chief gave him a beautiful black horse as his own gift. He did not expect the chief to give him anything. But he accepted, because he did not want to displease the chief, and set out for the trip back home.
On the way back, he found again the young rich trader, who was shocked when he saw Tutu riding a beautiful horse, and when Tutu explained him what had happened, he started to think how to get also a gift from the chief.
Tutu reached home and spent the whole evening with his family, telling them what had happened and praising the kindness and generosity of their chief.
The following morning the trader went to see the chief, riding his most magnificent horse. When he was admitted to the chief’s presence he bowed profoundly and said: “Our most gracious chief, you are so powerful and well known that I have decided to make you homage of this beautiful horse”. While he was saying so, in his heart he was thinking that if the chief has rewarded Tutu with a horse in exchange for a mango, he would give him something really valuable, maybe a very precious stone, in exchange for his horse.
The chief listened, exchanged a glance with his son, and said to the trader: “I do not know how to thank you enough for this very valuable gift, but I have an item that is very dear to my heart. It is painful for me to give it out, but I think you really deserve it” and indicated to his son to go and get it. The trader kept his eyes low, expecting to see the chief’s son to come back with something extraordinary. The son came back to the hut with Tutu’s mango and the chief handed it to him, holding it with great respect.
The trader was barely able to contain his anger, but managed to show a smile. He left and when he thought of being far from the sigh of the chief, he furiously threw away the mango and went away on foot, thinking that he had now to buy another horse, and that he would never wish to see the chief again.
The chief turned to his son and said: “That young rich man will be unhappy all of his life, because he does not know how to appreciate the value of a gift”.
We can see in this parable that the most precious gift we can give is our love. The mango is a very suitable fruit to represent it, because it has the shape of a heart. Who is the chief who deserves it? It is God, who rules us with the law of love. If we do not understand the greatness and the importance of his love, if we do not find happiness and peace in surrendering to him, we just do not deserve it. And we become unhappy, nothing will ever satisfy us.
Jesus is the Son of the Chief, and He has learned and practiced the lesson taught by His Father, putting his love and life entirely at our service.
But we can also see the parable from another angle. Many times I have also thought you are my chiefs. You allow me to enter into the kingdoms of your dreams; you trust me and share your goodness and life with me. You give me the gifts of your smile and of your happiness, and you give me the energy to walk with you.
Really, God wants us to be each other’s chiefs. He is not jealous of his position. Actually He is happy to see that His children love and serve each other, especially during difficult times. We can exclude ourselves from His love only when - like the reach young trader - we consider material possessions more important than love, service, and harmony with the people around us.
In this Easter season may you feel Jesus always close to you.
Father Kizito
Posted: April 20th, 2009 under life.
Lo scorso fine settimana, a Mthunzi abbiamo avuto ospiti un centinaio di adulti di gruppi carismatici della nostra zona di Lusaka. Si sono sistemati un po’ nelle stanze che abbiamo a disposizione per gli ospiti, un po’ nel workshop, un po’ nella biblioteca. Letti? Non se ne parla neanche. In Zambia, anche nelle capitale, in queste situazioni sono ancora abituati a portarsi in spalla, anche sui mezzi pubblici, una stuoia arrotolata che poi stendono sul pavimento e fa da giaciglio, mentre la borsa o sacca con le altre cose viene usata a mo’ di cuscino. Mi hanno chiesto di celebrare per loro e l’ho fatto molto volentieri, pero’ siccome ne avevo sentiti parecchi che durante la notte si erano messi a pregare, anzi a urlare, in lingue, li ho pregati di controllarsi, perche’ avevo un’ altra Messa nella frazione della parrocchia poco lontano da noi. E’ stata una celebrazione molto partecipata e con canti molto belli.
Poco dopo, nelle chiesetta di Tubalange, erano di turno le “stelle” (cosi qui chiamano i chierichetti femmine, per intenderci) ad animare la Messa. Scatenate, sono entrate per la processione iniziale, e solo dopo mi son reso conto che le magliette bianchissime, che sembravano nuove, avevano la pubblicita’ di una concessionaria d’auto di Figino Serenza, che per chi non lo sapesse e’ un paese delle Lombardia. Gli amici di Figino Serenza che potrebbero averle portate son passati di qui almeno 3, forse 4, anni fa. Come queste magliette siano ancora nuove e’ un mistero che non sono riuscito a chiarire.
Ma, sono parziale, lo so, le celebrazioni sono veramente speciali quando sono con i ragazzi di Mthunzi. Bisogna essere presenti –foto e video e registrazioni non bastano – per lasciarsi permeare dalla gioia del loro canto. In questi giorni di Pasqua poi, nei momenti dopo la Comunione il canto, la danza, le parole e il corpo diventano un’unica cosa. Io, goffo e stonato, li guardo, e mi pare che alcuni non tocchino neanche piu’ terra. E’ un’esperienza spirituale solo lasciarsi travolgere dalla forza che emanano. La gioa delle semplicita’ e della gratuita’.
Posted: April 11th, 2009 under Reflections, life.
Posted: March 30th, 2009 under Documents.
hiv-prevention-conundrum-did-the-pope-have-a-case-26-march-2009
Posted: March 27th, 2009 under life.
Bernadette is blind. Thirty years ago, when she was a young nurse she could not rid herself of the malaria that was infesting Musoma—her home town on the Tanzanian bank of Lake Victoria—and so she began taking an ever-increasing dose of quinine which resulted in irreparable damage to the optic nerves.
Now her hair is gray, and she sits quietly with a serene smile on the doorway steps of the home that once was hers—a simple room of walls built of clay bricks, covered with a tin roof. But all around, what was once a vegetable garden, are now other rooms with an enclosed courtyard, a little chapel in one corner and on the opposite side a kitchen, not far away from the showers and toilets. Everything is tidy and clean, and there is just what is essential, in true African traditional style, Franciscan I would say.
The only sign of modernity is the grinding mill—powered by a small electric motor and situated next to the dust road that crosses the area—which attracts a constant flow of customers who come to grind their maize for their daily mealie meal.
On the doorsteps of other rooms, there are people who suffer from various types of disabilities, some most serious, and a handful of school-age children. In all, a few more than twenty people.
The soul of this small community is father Geofrey Biseko, a Tanzanian diocesan priest who has dedicated his life to giving a family life to those who have been abandoned by their own families.
‘It was January 1988′ recounts Father Biseko, ‘and at that time I was a young priest. The bishop had asked me to be his secretary and the vocation promoter of our diocese. On Sundays I used to go out to celebrate Mass, replacing a missionary or a priest who was absent because of illness or on overseas leave. One Saturday I met a leper who lived on charity, and I read in his eyes a desperate appeal. That night I could not sleep. I felt called to do something, but I did not know exactly what. The next morning at Mass I said to the faithful that we were to allow ourselves to be challenged by the words of Jesus, that the gospel had to penetrate our life. I spoke to them, but above all I spoke to myself. At the end of the Mass I invited those who felt inspired to do something for the most poor and abandoned, to meet me the following Saturday. Twelve people came. It was the first of a series of signs that slowly made me understand that my vocation was to serve the poor and the abandoned. We began to pay visits to the poor who lived in the streets, and it was then that Bernadette offered her home and the ground around it for our purpose. Some people began to donate unwanted clothing and others brought us food.
In 1994, the bishop relieved me of other duties and since then I live here, helped by four men. Slowly other rooms were added as we were receiving donations, and we have learned to live by sharing the little that is offered by others, particularly by the Christians in our neighborhood. There is nobody in* *our neighborhood that is rich, but we receive enough to live on, occasionally we benefit from a donation from overseas, such as the one that enabled us to buy the grinding mill.
Now we have a bigger home 20 km from here with about one hundred guests and fifteen women who attend to them. There too there are little rooms without lights and water, the chapel and the kitchen shared by everybody and the refectory where there is even a light operated by a solar panel. To live together does good to them but especially to us. People call us /Watumishi way Upendi/, which means the Servants of love. That is all.’
Father Biseko gives the short summary of his twenty years of service in his office, a room with two old couches covered in dust due to the cracks in the door and the gaps between the walls and the tin roof. He then takes me around the courtyard where he greets everybody. There are some who are severely handicapped, others who are deaf and dumb from birth, and another one who has lost all reasoning through family tragedy and now he looks with vacant eyes, repeating a string of incomprehendible words. Surprisingly, one does not feel overtaken by desperation but is instead impressed by the simplicity and spontaneity of their relationships. This is truly a new family.
Father Biseko shakes hands with everybody, exchanging a few words with them. He has a happy smile that is contagious. Meanwhile he tells of his sorrow seeing how people have lost their traditional values and reject persons—such as those he has welcomed in his community—who have become too big a burden and abandon them in the streets or just outside the entrance of Father’s home.
‘Fortunately, up to now we have managed not to refuse anyone, even though in these past years we have received two or three new people a month.’ Father Biseko has only one regret: to have failed with the street children. There are only a few here at Musoma, but in spite of his many attempts to assist some of them, they never stayed in his home for more than a few weeks. Today, there are six or seven street children living in the community, and they are enjoying themselves making drawings. One of them is busy drawing with colours what can be guessed is the scene of Saint Francis talking to the birds. Here, Francis is a familiar saint and much at home.
I leave the small courtyard with the satisfying feeling to have met a living cell of the genuine African church. A small church that loves, that walks with the poor, that works from the grassroots without making noise.
How many experiences are there in Africa similar to that of Father Biseko? I know a few, but even if this had to be the only one, it is a luminous sign that contrasts with other weaknesses in the Church.
Will these experiences be brought up at the next African Synod to be held in Rome in October and entitled ‘The Church in Africa at the service of reconciliation, justice and peace’? I sincerely hope so. Speeches and documents that come from the Episcopal conferences, international meetings and peace negotiations will not be able to achieve justice and peace—though at times they may be helpful. A just and peaceful world will be built above all through the dynamic love of many more individuals following the model of Father Biseko.
NB. I asked Fr. Biseko “Could you give me a contact, like your email? I would like to put it in my blog, so that those who want to contact you could do so. Maybe some will have questions, others would like to support you”. His answer was ” I am a local chicken. I was born a few hundred meters from here, I have lived here all my life, I do not have a computer, an email address or anything like that. My contact? Diocese of Musoma, P. O. Box 93, Musoma, Tanzania”.
A fine dicembre un gruppo di giovani clown dell’ associazione Vivere in Positivo hanno visitato il nostro Mthunzi, a Lusaka. Sono stato qualche giorno con loro. Sono ragazzi - in verita’ il gruppo venuto a Lusaka era composto in grande maggioranza da ragazze - che fanno volontariato come clown in ospedale per alleggerire le sofferenze dei pazienti, specialmente dei bambini. Quindi sono persone particolarmente sensibili e comunicative, e sono entrate subito in sintonia con i nostri ragazzi. Ho chiesto loro di mandare una breve presentazione della loro associazione, ma si fanno attendere, allora metto qui sotto per il momento la breve relazione di una di loro, molto immediata. Leggendola, mi veniva di riflettere: ma perche’ le domande che si fa adesso non le ha fatte quando era in Zambia? E’ una delle cose che io ho imparato a fare: con delicatezza, aspettando il momento piu’ opportuno, bisogna domandare perche’ poi dalle risposte si imcomiciano a capire tante cose e si avvia il dialogo a l’ apprezzamento reciproco. Ma forse Ciriola aveva troppe domande e non e’ riuscita ad esprimerle tutte mentre era a Lusaka.
Non amo scrivere ma stamattina mi è venuta voglia di mettere nero su bianco le sensazioni sullo Zambia.
Sono in treno, e accendo, come tutte le mattine ormai, il mio ipod con le canzoni che ci hanno dato i ragazzi del Mthunzi. Solo al pensiero già mi si riempiono gli occhi di lacrime per la malinconia. Penso di essere stata in trance per 2 settimane lì e forse un po’ lo sono ancora. Se non fosse per il tamburo (scelto accuratamente da Rickon e Richard), il grande batik appeso al muro sopra il mio letto ed il piccolo ippopotamo in pietra fatto da Bernard e Jonas……., penserei che è stato solo uno splendido, meraviglioso, incredibile sogno.
Non so se prima parlerò delle cose brutte e poi di quelle belle.
Arriviamo il 28 dicembre 2008 all’aeroporto di Lusaka. Fin qui è tutto molto normale, almeno se sei del sud oppure hai atterrato almeno una volta all’aeroporto di Reggio Calabria, perché dopo l’atterraggio prendi i tuoi bagagli a mano e a piedi ti dirigi verso l’uscita. Ad aspettarti tanti ragazzi che fanno i facchini per una mancia, e anche qui la sensazione di trovarmi nella Sicilia di un tempo. Ed ecco adesso il nostro fantastico pulmino (della famiglia Bredford, per chi se lo ricorda), con la meravigliosa scritta “MTHUNZI CENTER”, omologato per 9 ma non eravamo mai meno di 16. Lì, il mitico Joseph (uno degli educatori che cerca di mandare avanti il centro nel miglior modo possibile) ed il fantastico Malama (molto Big Jim), commercialista, autista, insomma un po’ un tutto fare del centro, sempre molto profumato e vestito alla moda (in passato faceva il DJ nei locali).
Quindi si parte tutti con i nostri bagagli verso il centro.
Il periodo scelto per partire credo sia il più bello poiché vedi un’Africa che non immagineresti nemmeno. E’ di un verde pazzesco, così vivo, acceso, meraviglioso. Non puoi capacitartene del fatto che poi diventerà tutto così arido e secco da far paura.
La prima parte del viaggio sembrava molto normale, sembrava di essere in una normalissima città. Palazzoni, centro commerciale etc. ma ad un tratto il pulmino fa una svolta e lì il paesaggio cambia improvvisamente, non più asfalto ma tanta terra rossa e sassi, buche, pozzanghere. La cosa, però, più terribile era quella di trovare tutti i giorni, dall’alba al tramonto, sul ciglio della strada, bambini e mamme che spaccavano delle grosse pietre per farne di piccolissime e poi metterle in un sacchetto e venderle al miglior offerente camionista (credo le usassero nell’edilizia). Accanto a loro una capanna fatta di soli 4 paletti rivestiti di sacchetti di plastica dove riposarsi per pochi minuti, quando sei troppo stanco ed il sole diventa troppo cocente.
Prima domanda: “Ma gli uomini dove sono?”
Arriviamo al centro e tutto sembra molto tranquillo. Scarichiamo i bagagli e iniziamo a preparare i nostri letti per vincere le zanzare, poi cena, qualche chiacchiera e a letto che domani si inizia presto.
Iniziano così le nostre giornate, scandite da visite nei villaggi, giochi con i bambini, visita alle scuole, distribuzione del materiale portato dall’Italia, visita alla clinica, all’ospedale di Lusaka e poi chiacchiere, canti, musica e balli con i ragazzi del Mthunzi.
A pranzo e a cena eravamo sempre una marea di gente e quindi si cucinava tantissimo (mitica Pallola) e mi sembrava strano, delle volte, buttare il cibo che avanzava, in Africa. Diciamo che forse dipendeva dal fatto che non c’era il frigo oppure dal fatto che quando arrivano gli Italiani è davvero una festa, però, comunque mi faceva un certo effetto fare un gesto del genere lì. Poi i nostri commensali si preparavano dei piatti stracolmi, che puntualmente non riuscivano a finire e quindi altro cibo buttato. Che strano!!!
Quando si andava in giro non si cercava mai di organizzare il tragitto in modo da ottimizzare i tempi e sprecare meno benzina ma si andava su e giù. Che strano!!!
Forse perché per loro quelle 2 settimane con i Muzungu (uomo bianco) erano una festa. Non so.
In Africa i tempi sono veramente molto lenti, direi quasi snervante come situazione però poi ti ci abitui ed effettivamente cominci a godertela di più.
I bambini dei villaggi erano splendidi, sempre allegri e molto disciplinati. Lì il più grande guarda il più piccolo, si ha cura l’uno dell’altro. Nessuno sembra apparentemente abbandonato a se stesso.
Cosa differente, invece, nei quartieri poveri della città, dove vige la legge del più forte. La ragazza più grande da uno spintone al bimbo piccolo per rubargli la caramella ed in precedenza aveva rubato almeno 4 braccialetti colorati alle altre bimbe. Mentre sei tranquillo in macchina con il finestrino aperto ecco che all’improvviso ti rubano gli occhiali dal viso. Insomma in città è meglio stare sempre con gli occhi bene aperti e magari sempre scortati. I ragazzi erano grandi in questo, erano sempre con noi, non ci mollavano mai, erano ormai diventati i nostri stupendi “Bodyguards.”
Cosa molto importante era anche quella di chiedere sempre ai ragazzi se nei posti dove ci trovavamo potevamo fare foto, perché poteva essere molto pericoloso se lo facevamo in posti dove non gradivano.
Adesso è appena passato un mese dal nostro ritorno e ancora, ogni tanto, mi sembra ieri e allo stesso tempo una vita fa. Come il tempo in Africa, certi giorni ti sembra di essere lì da sempre, altri invece, di essere appena arrivata. Le giornate ti sembrano lunghissime e ti sembra che in un giorno riesci a fare una marea di cose. Poi senti così forte il calore del posto, il calore della gente, di tutti quei bambini, i loro sorrisi, le loro mani e i loro occhi che ti cercano. E’ meraviglioso!!!!
Non può finire qui. Sento che l’Africa mi chiama e mi desidera, come io desidero Lei.
I bambini e i ragazzi del Mthunzi ci aspettano, non possiamo deluderli. Anche se lontani noi tutti con loro staremo insieme in ogni dove. La canzone dice: “SOMEWHERE OVER THE RAINBOW……” come i 2 arcobaleni dai colori super intensi che ci hanno accolto e accompagnato al nostro arrivo dall’aeroporto di Lusaka e a Mthunzi.
Cosa ti rimane dentro dell’Africa? Io penso che non sia tanto l’ingiustizia e la povertà che vedi attorno a te, anche se terribile, quanto le persone, i loro volti, i loro occhi vivi, i loro sorrisi, la vitalità dei bambini (in realtà già grandi), dei ragazzi (in realtà già adulti). La loro sincerità, semplicità e soprattutto la loro DIGNITA’.
Dov’è finito in noi tutto questo?
LIBERTA’? Nonostante i diversi disagi che vivono il loro mondo ed il nostro, chi si può considerare un uomo veramente libero, NOI o LORO?
Ciriola
Posted: March 3rd, 2009 under life.
Don Milani, lo cito a memoria, diceva che dobbiamo a servire i poveri, ma stare bene attenti a non servirci di loro. Ho letto che Clodovis Boff, fratello del più conosciuto Leonardo, sta preparando un testo intitolato “Con Cristo e con i poveri, contro coloro che strumentalizzano la povertà”. Con la sua seria riflessione teologica, che spero di leggere presto, potrà magari aiutarci ad approfondire questo tema affascinante, e di continua attualità nella chiesa, e non solo.
Me lo ha ricordato un confratello, che mi ha scritto una lettera dura, perché pensava che fossi io il responsabile di una iniziativa che coinvolge alcune persone degli slums di Nairobi e che lui giudica come sfruttamento della povertà. Io non ho niente a che fare con quell’ iniziativa, ma sarei più cauto prima di dare giudizi assolutamente negativi e moralmente inappellabili.
Accettare le ingiustizie che creano la povertà, sfruttare i poveri, servirsi dei poveri per la propria gloria sono aspetti diversi di uno stesso male. E purtroppo la tentazione di servirsi dei poveri per i propri interessi e sempre presente, anche fra coloro che professano di servirli. Lo vediamo con evidenza nelle gigantesche macchine internazionali per combattere la fame e la povertà, in certe ONG, ma anche nella chiesa.
Tutti conosciamo certi campioni dei poveri… e magari abbiamo dei sospetti. Ma non abbiamo nessun diritto di giudicare le motivazioni degli altri. Io per esempio ricordo con affetto un personaggio che era molto famoso quando ero ragazzo, Raoul Follereaux, conosciuto in tutto il mondo per la sua campagna a favore dei malati di lebbra. Mi mi dava un po fastidio quel suo presentarsi sempre con il bastone e il cravattino a farfalla, e altri suoi atteggiamenti quasi da palcoscenico. Poi ho avuto l’ occasione di incontrarlo perché a tradurre i suoi libri in italiano era padre Gianni Corti, il comboniano di Lecco che mi aveva fatto conoscere i comboniani, e i suoi libri erano pubblicati in Italia dalla nostra casa editrice. Imparai ad apprezzarlo ma non mi aveva ancora convinto del tutto. L’ ultima volta che lo incontrai, un paio d’anni prima che morisse, forse indovinando il mio pensiero, mi disse confidenzialmente, alla presenza della sua dolcissima inseparabile moglie “vedi, ormai devo fare il personaggio, la bandiera. Non posso fare più altro per i lebbrosi. Mi fa male, ma se essere usato cosi serve alla loro cause, cosi sia”. Raramente ho sentito qualcuno parlare con più sincerità e umiltà. E capii tutta la grandezza di quell’ uomo che si era logorato nel servizio a cui si era sentito chiamato.
Certo dobbiamo sempre confrontare le nostre azioni col Vangelo, col buon senso, e, parlando di sociale, con gli strumenti di analisi che le scienze ci offrono. Ma chi si mette in una posizione ideologica da “puro” rischia di diventare cieco tanto quanto coloro che sono accecati dall’ egoismo, e di fare più errori degli altri.
Meglio non giudicare le intenzioni, e attendere di vedere i frutti – che possono essere solo persone e non cose - perché le motivazioni degli altri, specialmente quando si tratta di motivazioni che segnano una vita in modo profondo, sono sempre un mistero e, anche nel migliore dei casi, un insieme di slanci ideali ma senza mai escludere che possano essere presenti piccolezze, perfino di meschinità. E’ nella nostra natura umana. Ancora più pericolosamente, il nostro giudizio sugli altri rivela il nostro più intimo modo di pensare. Cosi chi ha accusato Madre Teresa di Calcutta di essersi servita dei poveri per costruire la sua immagine di santa, ha fatto certo più danno alla sua reputazione che a quella di Madre Teresa.
Nella nostre decisioni c’e’ sempre una dimensione di egoismo, e il tenerlo sotto controllo e’ un problema che si ripresenta sempre.
A volte, quando mi devo alzare al mattino molto presto per finire un lavoro, per scrivere un articolo, e magari il giorno precedente ho avuto gravi delusioni e problemi, devo fare uno sforzo cosciente e pensare ai bambini/e e ragazzi/e insieme ai quali sono impegnato a migliorare la loro vita e la mia per poter incominciare il giorno con entusiasmo. E allora magari mi sento con la coscienza a posto, mi convinco che sto facendo un servizio. Altre volte, quando va tutto bene, quando sono in giro coi bambini che riscuotono simpatia e affetto e arrivano aiuti per fare un progetto, costruire un’ altra casa, devo continuamente per non pensare che in qualche modo tutto questo sia il risultato del mio lavoro, invece che un lavoro collettivo. E’ sempre difficile giudicare la motivazioni, anche le proprie: misurare la percentuale di dedizione, di servizio e quella di amor proprio e gratificazione.
E se analizziamo troppo, giudichiamo troppo, finiamo per paralizzarci, per non fare più niente. Il che potrebbe anche essere una bella scappatoia, ma non ci fa fare molta strada, ne a noi ne agli amici che ci sono vicini con i quali condividiamo il nostro faticoso quotidiano cammino.
Posted: February 23rd, 2009 under life.
Alessandra Raichi ha speso un po del suo tempo con noi durante luglio e agosto scorsi, ed ha fatto foto di bambini di strada con espressioni straordinariamente intense, come quella qui sotto. Alcune accompagnano un articolo che si trova qui:
http://blog.panorama.it/mondo/2009/02/17/nairobi-vita-da-street-children/
