<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Una vita in Africa - A life in Africa</title>
	<atom:link href="http://kizito.blogsite.org/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://kizito.blogsite.org</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 08 May 2013 03:29:58 +0000</lastBuildDate>
	<language>en-US</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.4.1</generator>
		<item>
		<title>Social Circus Project</title>
		<link>http://kizito.blogsite.org/2013/05/social-circus-project/</link>
		<comments>http://kizito.blogsite.org/2013/05/social-circus-project/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 08 May 2013 03:29:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kizito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Life]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://kizito.blogsite.org/?p=1003</guid>
		<description><![CDATA[Katharina Gruener e Luca Sartor, della fondazione UCI, durante il mese di aprile hanno tenuto a Tone la Maji tre settimane di workshop di circo sociale, in continuità con l&#8217;esperienza iniziata lo scorso dicembre. Erano previsti un massimo di 30 ragazzi e ragazze, divisi in due gruppi, ma Katharina e Luca si sono dovuti far [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Katharina Gruener e Luca Sartor, della fondazione UCI, durante il mese di aprile hanno tenuto a Tone la Maji tre settimane di workshop di circo sociale, in continuità con  l&#8217;esperienza iniziata lo scorso dicembre. Erano previsti un massimo di 30 ragazzi e ragazze, divisi in due gruppi, ma Katharina e Luca si sono dovuti far carico di oltre 40 partecipanti&#8230;<br />
Aspettando un loro commento, speriamo benevolo, ecco qualchefoto.<br />
<a href="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/05/DSC_3956_01.jpg"><img src="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/05/DSC_3956_01.jpg" alt="" title="DSC_3956_01" width="507" height="350" class="aligncenter size-full wp-image-1004" /></a><br />
<a href="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/05/P1040217_01.jpg"><img src="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/05/P1040217_01.jpg" alt="" title="P1040217_01" width="507" height="380" class="aligncenter size-full wp-image-1005" /></a><br />
<a href="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/05/DSC_3662_01.jpg"><img src="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/05/DSC_3662_01.jpg" alt="" title="DSC_3662_01" width="507" height="487" class="aligncenter size-full wp-image-1006" /></a><br />
<a href="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/05/P1040538_01.jpg"><img src="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/05/P1040538_01.jpg" alt="" title="P1040538_01" width="640" height="399" class="aligncenter size-full wp-image-1007" /></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://kizito.blogsite.org/2013/05/social-circus-project/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Rinascere a dodici anni</title>
		<link>http://kizito.blogsite.org/2013/05/rinascere-a-dodici-anni/</link>
		<comments>http://kizito.blogsite.org/2013/05/rinascere-a-dodici-anni/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 07 May 2013 09:23:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kizito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Life]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://kizito.blogsite.org/?p=998</guid>
		<description><![CDATA[Cronaca con video (di Matteo Osanna) di una sera a Ngong, per dare addio alla vita di strada. Un gruppo di oltre venti ragazzini, vestiti di stracci, puzzolenti, alcuni già intontiti dai fumi della colla, altri invece con l&#8217;alito che odora di benzina, come lo scarico di un motore ingolfato. Un gruppo di bambini lanciati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cronaca con video (di Matteo Osanna) di una sera a Ngong, per dare addio alla vita di strada.<br />
</strong></p>
<p><iframe width="620" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/r9Y2Li4rD8E?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Un gruppo di oltre venti ragazzini, vestiti di stracci, puzzolenti,  alcuni già intontiti dai fumi della colla, altri invece con l&#8217;alito che odora di benzina, come lo scarico di un motore ingolfato. Un gruppo di bambini lanciati verso l&#8217;autodistruzione.<strong> Ne ho conosciuti tanti cosi, e nessuno è arrivato ai trent&#8217;anni.</strong> Questi li ho incontrati una sera del mese scorso, a Ngong, la cittadina ai piedi delle omonime famose colline dove  Karen Blixen ha vissuto e ambientato il suo romanzo “out of Africa”, alla periferia di Nairobi. Piovigginava e la notte si annunciava fredda, ma di notti in strada quei bambini ne avevano già passate tante. </p>
<p>Quella sera era diversa perché c&#8217;era con loro un adulto,  buon pastore. Jack, educatore di Koinonia, dopo averli inseguiti e fattiseli amici per mesi, li aveva radunati con una proposta: lasciate la vita di strada, venite con me e John, l&#8217;altro educatore, a Ndugu Ndogo. Vi daremo da mangiare ogni giorno, vi manderemo a scuola, potrete ripartire con una vita dignitosa, insieme, continuando ad aiutarvi come avete fatto per sopravvivere in strada. <strong>Noi vi accompagneremo, ma sarete voi a camminare.</strong></p>
<p>In sè, la proposta non era poi cosi attraente. Quei bambini amano la libertà della vita di strada, la mancanza di disciplina, la possibilità di decidere ogni giorno cosa fare. Poi magari ogni tanto dopo aver racimolato qualche soldo, si concedono il lusso di  ordinare un piatto di githeri (patate, chicchi di mais e fagioli bolliti insieme e insaporiti con erbe aromatiche) ad una delle donne che cucinano all&#8217;aperto, e si sdraino su un rato, al sole, immaginando che ci sia vicina la mamma che dice parole buone.</p>
<p>Ecco, questo è il punto, la cosa che manca di più, anche se nessuno lo vuol ammettere: Un adulto che ti vuol bene, che si interessa di te, che ti protegge e ti guida. Che quando c&#8217;è una difficoltà se ne fa carico, che ti aiuta a crescere. Ma <strong>la cosa davvero importante è che ti voglia bene.</strong></p>
<p>Mister Kariuki è il proprietario del ristorante in cui Jack ha organizzato questo “addio alla strada”. E&#8217; uno stanzone con pareti e tetto fatti di lamiera ondulata, tenuti insieme da una intelaiatura di legno, arredata con panche, e con braciere di carbonella in un angolo. Kariuki, che mi fa pensare ad un pugile a fine carriera e poi mi conferma di esserlo, lo ha messo a disposizione per una cifra modestissima, poi, mentre Jack parla ai ragazzi, è andato nel “negozio” vicino a comperare quattro forme di pane e cinque litri di latte per questi ragazzi affamati. Gli saranno costati quanto i profitti di tre giorni,  ma rifiuta i miei ringraziamenti con un gesto della mano bofonchiando <strong>“sono figli nostri”</strong>. </p>
<p>La notte passa in fretta, con canti, danze, storie della vita di strada. Il mattino i bambini improvvisano una partita di pallone, fanno un bagno veloce in un fosso che le piogge della notte hanno trasformato in torrente. “Per presentarci puliti a Ndugu Mdogo”, mi dice serio Paul, 12 anni, il capobanda che la sera prima era ubriaco o era intontito dalla benzina, o entrambe le cose, mentre si immerge nell&#8217;acqua fangosa, e poi via verso la nuova casa. Solo tredici hanno avuto il coraggio di fare il salto. Gli altri preferiscono l&#8217;opzione offerta da Jack di aspettare qualche settimana, purché poi prendano un decisione definitiva.<strong> “Devono lasciare la strada convinti di fare una scelta importante e irreversibile</strong> – sottolinea Jack – perché se fallissero e tornassero indietro, diventerebbe psicologicamente impossibile per loro incominciare un altro percorso di recupero.” </p>
<p>Nelle quattro settimane successive li ho visti crescere giorno dopo giorno. Quando li saluto prima di partire per Verona , sono sono normalissimi ragazzini felici. Ancora una volta <strong>tre pasti al giorno e l&#8217;attenzione, l&#8217;ascolto, l&#8217;affetto,</strong> che Jack e John sono sempre pronti ad offrire s<strong>tanno compiendo il miracolo della rinascita di tredici bambini.</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://kizito.blogsite.org/2013/05/rinascere-a-dodici-anni/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Leadership senza Frontiere</title>
		<link>http://kizito.blogsite.org/2013/05/leadership-senza-frontiere/</link>
		<comments>http://kizito.blogsite.org/2013/05/leadership-senza-frontiere/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 May 2013 09:15:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kizito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Life]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://kizito.blogsite.org/?p=995</guid>
		<description><![CDATA[L&#8217;altro ieri in un pezzo di opinione del Nation, il principale quotidiano del Kenya, Charles Omondi, che per questo quotidiano lavora come giornalista da oltre vent&#8217;anni scriveva “Ogni volta che mi capita di visitare un altro paese sub-sahariano, penso che il governare un paese sia una cosa troppo complessa per un africano.” L&#8217;articolo continua con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;altro ieri in un pezzo di opinione del Nation, il principale quotidiano del Kenya, Charles Omondi, che per questo quotidiano lavora come giornalista da oltre vent&#8217;anni scriveva “Ogni volta che mi capita di visitare un altro paese sub-sahariano, <strong>penso che il governare un paese sia una cosa troppo complessa per un africano</strong>.”</p>
<p>L&#8217;articolo continua con un quadro di situazioni che si possono ritrovare a Kinshasa come a Nairobi, a Lagos, a Bujumbura: spazzatura ovunque, venditori ambulanti che vendono illegalmente di tutto anche cibo in condizioni igieniche allucinanti, trasporto pubblico in condizioni vergognose con conseguente inquinamento a livelli tossici, elettricità erratica. Potremmo aggiungere acquedotti senza acqua, servizi scolastici e sanitari ampiamente inadeguati e troppo costosi per la maggioranza dei cittadini, e la lista non sarebbe finita.</p>
<p>Omondi conclude: “In quasi tutti gli stati africani c&#8217;è almeno una sembianza di democrazia. E&#8217; tempo che gli elettori si ribellino a questi leader incapaci&#8230; <strong>Si eleggono persone in posizioni di potere solo perché appartengono alla propria etnia, o perché hanno promesso cose impossibili, e ci si trova condannati ad essere governati per sempre da ciarlatani</strong> che proclamano le sovranità nazionale, ma vanno a far shopping a Milano, vacanze a Parigi, mandano i figli a studiare a Londra, e si fanno curare a New York.”</p>
<p>La riflessione sulla qualità della leadership si impone mentre in Kenya incomincia il governo di un presidente e vicepresidente incriminati dalla Corte Penale Internazionale, e le notizie più comuni riportate dai giornali in Kenya riguardano episodi di corruzione. </p>
<p>Omondi, che è nato dopo l&#8217;indipendenza del Kenya, non si rifà  alle colpe del colonialismo, anche se avrebbe potuto legittimamente farlo perché sono colpe che peseranno ancora per qualche anno su tutte le ex-colonie. </p>
<p>L&#8217;Africa post-coloniale ha espresso due grandissimi leader, Julius Nyerere in Tanzania e Nelson Mandela in Sudafrica. Ci sono stati altri leader che non hanno avuto il tempo di esprimere le loro potenzialità perché uccisi da forze coloniali o neo-coloniali, come Amilcar Cabral in Guinea Bissau e Thomas Sankara in Burkina Faso, ma c&#8217;è anche una lista troppo lunga di cleptomani o criminali che sono stati al potere per anni ed hanno permesso o favorito la formazione di una classe di politici e amministratori profondamente corrotti. Peggio, la corruzione è diventata accettabile, inevitabile, in ogni rapporto fra il cittadino e lo stato. Devi pagare sottobanco un funzionario per rilasciarti un documento, magari la carta d&#8217;identità&#8217;, a cui hai diritto. </p>
<p>Wole Soyinka, lo scrittore nigeriano e Premio Nobel, aveva già detto nei primi anni delle indipendenze africane, che il problema fondamentale dei nuovi paesi era la leadership. Sono passati oltre cinquant&#8217;anni e il nodo cruciale per lo sviluppo dell&#8217;Africa resta lo stesso, secondo Omondi. Gli africani, nella stragrande maggioranza persone buone e pacifiche, negano il detto che i popoli hanno i leader che si meritano.</p>
<p>“Ma forse &#8211; mi dice un amico africano che conosce bene l&#8217;Italia &#8211; <strong>alla fin fine è cosi per tutti. Guarda il tuo paese, non avete anche voi i vostri leader tribali? </strong>E&#8217; raro che si eleggano i leader migliori, finiamo sempre per eleggere i mediocri, se non gli arrivisti. Abbiamo tutti un lungo cammino da fare.”</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://kizito.blogsite.org/2013/05/leadership-senza-frontiere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fede e Fatti</title>
		<link>http://kizito.blogsite.org/2013/04/fede-e-fatti/</link>
		<comments>http://kizito.blogsite.org/2013/04/fede-e-fatti/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 28 Apr 2013 06:55:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kizito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Life]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://kizito.blogsite.org/?p=991</guid>
		<description><![CDATA[Sono in giro per Lusaka per riprendere contatto con qualche vecchio amico, e, naturalmente, per farmi fare qualche preventivo per ristrutturare la scuola di computer a Mthunzi, il centro per bambini di strada. Lavoro e progetti per il futuro non mancano mai. Vedo sulla Cairo Road un grande cartello che reclamizza Gesu&#8217; come fosse una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono in giro per Lusaka  per riprendere contatto con qualche vecchio amico, e, naturalmente, per farmi fare qualche preventivo per ristrutturare la scuola di computer a Mthunzi, il centro per bambini di strada. Lavoro e progetti per il futuro non mancano mai. </p>
<p>Vedo sulla Cairo Road un grande cartello che reclamizza Gesu&#8217; come fosse una bevanda gassata. Mi infastidisce, e da quel momento noto con crescente irritazione le solite scritte sui  piu&#8217; vari mezzi di  trasporto: “Jesus saves” è la più comune, e poi ci sono “Jesus is the way”, “Jesus is the answer” fino al categorico <strong>“Repent, the end is near”</strong>. </p>
<p>La fede non può essere un fatto puramente privato, non la si deve nascondere, ma non la si può neanche reclamizzare, buttarla in faccia agli altri. Ho sì il diritto e il dovere di manifestare la fede, ma con gesti semplici, educati e rispettosi degli altri. <strong>Meglio una fede che si propone con la naturalezza delle cose buone, che una fede aggressivamente ostentata.</strong> La fede più è granitica più si fa per gli altri proposta discreta e fraterna. Forse è un discorso difficile da far capire in un paese come la Zambia il cui Presidente, una ventina d&#8217;anni fa, si sentì  in dovere di proclamare ufficialmente cristiano. Lo stesso Presidente che finì i suoi giorni  trascinato di tribunale in tribunale, schiacciato da accuse di corruzione. </p>
<p>Sto pensando come proporre queste riflessioni ai quattro ragazzini che mi fanno scorta, pomposamente auto-definitisi mie “guardi del corpo”, quando improvvisamente ci sorprende un acquazzone. Non e&#8217; normale, la stagione delle piogge sembrava conclusa da un pezzo. Ci rifugiamo, ormai già bagnati, fra la vetrina e la porta d&#8217;ingresso di un negozietto. E&#8217; un negozio di dolci, vorrei cambiar posizione per non esporre i ragazzi a tentazione, ma non è possibile, lo scroscio si fa più forte. Dopo pochi secondi si apre la porta e una signora, inconfondibilmente indiana per la fisionomia, l&#8217;abbigliamento e il “terzo occhio” nel bel mezzo della fronte, ci invita a ripararci all&#8217;interno, parlando senza sosta. “Non ti ricordi di me? Non ero ancora sposata quando trent&#8217;anni fa venivi nel negozio di alimentari e granaglie di mio padre, vicino all&#8217;ufficio del Vescovo. Quando ti chiese come mai comperavi riso e farina da polenta in sacchi da 90 Kg, e tu gli spiegasti che avevi una “famiglia” un po anomala, ti faceva degli sconti e ti teneva da parte le cose, come il pesce secco , che allora a Lusaka si faceva fatica a trovare. Te lo ricordi? Era pelato, con una gran barba che si tingeva di arancione. Noi siamo di religione indù e mio padre mi ha sempre insegnato a rispettare i poveri. Adesso vedo che hai ancora una famiglia numerosa!” Mentre parla ha preparato una tazza di te per me e un piatto con un dolcetto a testa per i ragazzini, che la guardano increduli: agli occhi degli zambiani poveri gli indiani sono tutti ricchi e arroganti. Quando l&#8217;acquazzone è finito, ci accompagna fin fuori dalla porta, per assicurarsi che davvero non piova più, sempre parlando, augurandoci un buon rientro a casa, mentre già ci avviamo verso dove abbiamo parcheggiato l&#8217;auto. </p>
<p>Un gesto gratuito di attenzione e servizio che ci ha cambiato la giornata. <strong>La fede si comunica così,   con gesti semplici che nascono da una convinzione interiore.</strong> Adesso ho l&#8217;esempio per i ragazzi.  Altro che proclami presidenziali e scritte a caratteri cubitali. In tono minore, col sorriso e la  chiacchiera debordante, la signora indù ha avuto lo stesso atteggiamento di servizio del samaritano che scendeva da Gerusalemme a Gerico. La fede che ti fa diventare prossimo di tutti. </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://kizito.blogsite.org/2013/04/fede-e-fatti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Cina è qui</title>
		<link>http://kizito.blogsite.org/2013/04/la-cina-e-qui/</link>
		<comments>http://kizito.blogsite.org/2013/04/la-cina-e-qui/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2013 02:51:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kizito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Life]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://kizito.blogsite.org/?p=987</guid>
		<description><![CDATA[La presenza cinese in Zambia, iniziata con l&#8217;acquisizione di miniere di rame, è sempre più importante e tocca la vita di tutti. “Chiselwa, che chiamavamo Ciccio, all&#8217;italiana, per la figura rotondeggiante, adesso c&#8217;è&#8217; diventato cosi bravo nell&#8217;istallazione di videocamere di sorveglianza per la ditta cinese con cui lavora che sta pensando di mettersi in proprio. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La presenza cinese in Zambia, iniziata con l&#8217;acquisizione di miniere di rame, è sempre più importante e tocca la vita di tutti. </strong></p>
<p>“Chiselwa, che chiamavamo Ciccio, all&#8217;italiana,  per la figura rotondeggiante, adesso c&#8217;è&#8217; diventato cosi bravo nell&#8217;istallazione di videocamere di sorveglianza per la ditta cinese con cui lavora che sta pensando di mettersi in proprio. Matthias, proprio lui che ha fatto tanta fatica a liberarsi dal vizietto di appropriarsi di cose non sue, fa la guardia giurata. Robert ha finito la scuola di turismo e lavora per una importante compagnia di viaggi e gli hanno proposto di studiare il cinese, per fare da guida a turisti provenienti da quel paese. Richard, Mutale e Jackson invece, dopo la scuola per chef, lavorano in tre diversi ristoranti cinesi. Pomulo, Sky, Protasio e Baisikolo hanno incominciato la scuola di saldatori meccanici, ma ciò in cui sono veramente interessati è il gruppo di danze e folklore tradizionale che hanno messo su insieme. Ma la grande notizia è che Brian ha finito la scuola superiore con risultati cosi alti che quasi certamente sarà ammesso all&#8217;università con una borsa di studio governativa.”  Mentre mi porta dall&#8217;aeroporto di Lusaka (Zambia) a Koinonia, Malama, responsabile della comunità per il recupero di bambini di strada, mi fa <strong>una lista dei successi di questo ultimo anno</strong>. Ci sono anche risultati più modesti, come Station (cosi chiamato perché la sua base era la stazione ferroviaria) o Peter che fanno semplicemente gli assistenti di fruttivendoli al grande mercato in centro città, ma è bello sentire questo elenco e vedersi passare davanti questi volti. Certamente nei pochi giorni che passerò a Lusaka li incontrerò tutti, e li sentirò raccontar di persona le loro storie. </p>
<p>I cinesi stanno assumendo un ruolo dominante nelle storie dei ragazzi che sono passati da Koinonia, cosi come in tutta la Zambia. Da qualche anno hanno acquisito il controllo delle miniere (rame soprattutto, ma anche manganese, titanio, zinco, ecc), sono onnipresenti con i loro prodotti nel commercio, stanno silenziosamente acquisendo anche enormi tratti di terra. <strong>Le statistiche disponibili ci dicono che l&#8217;economia zambiana è, fra le africane, quella più controllata dalla Cina.</strong></p>
<p>Nulla di nuovo per la Zambia. Se c&#8217;è un paese che economicamente dipende quasi totalmente da paesi e vicende esterne, è  questo. Dopo <strong>la colonizzazione inglese, che ha portato via solo in rame una ricchezza incalcolabile</strong>, lasciando la Zambia con niente – all&#8217;indipendenza nel 1964 c&#8217;erano tanti laureati locali quanti se ne possono contare sulle dita di una mano, c&#8217;è stato un breve  periodo di prosperità, basata sull&#8217;alto prezzo del rame. Il crollo mondiale di questo prezzo, dopo che le compagnie americane si impossessarono del rame cileno a seguito del colpo di stato di Pinochet nel 1973, avviò in Zambia un declino inarrestabile, anche per i maldestri tentativi del primo presidente Kenneth Kaunda di imporre il socialismo scientifico. All&#8217;inizio degli anni novanta il paese era ridotto nella miseria più nera. </p>
<p>La Zambia è il doppio dell&#8217;Italia come estensione, ma con un sesto degli abitanti, senza sbocco sul mare e circondato da paesi turbolenti (Namibia, Angola, Congo, Mozambico, Zimbabwe). Dopo un tentativo di politica agricola assolutamente fallimentare, una prima ripresa economica avvenne verso la meta&#8217; degli anni 90, con l&#8217;arrivo dei capitali e delle compagnie sudafricane, ormai libere di muoversi dopo la fine dell&#8217;apartheid. Seguiti, dall&#8217;inizio del nuovo millennio, dalla valanga cinese.</p>
<p>Internamente la Zambia fu uno dei primi paesi africani a muoversi verso la democrazia, senza scosse, secondo l&#8217;indole tranquilla degli abitanti. Lusaka non ha conosciuto un vero e proprio colpo di stato. L&#8217;unico tentativo, 1982, organizzato da una trentina di militari, finì quando i golpisti, ormai certi di aver vinto dopo essersi impossessati senza colpo ferire, nella notte delle caserme principali e della radio, erano stati arrestati, tutti sbronzi, in un night club della capitale nelle prime ore del mattino successivo.</p>
<p>Adesso la presenza cinese, e il conseguente maggior interesse da parte delle comunità internazionale, ha fatto rifiore i centri commerciali, in genere ridato fiato ad un&#8217;economia che era chiusa su se stessa. </p>
<p>Negli anni, i progetti di Koinonia, iniziati nel 1982, hanno seguito questi alti e bassi, con una forte iniezione di fiducia quando è incominciato il sostegno di Amani, una decina di anni fa. Oggi c&#8217;è meno povertà visibile, più povertà nascosta, ma comunque i ragazzi che escono dalla comunità hanno maggiori opportunità di lavoro.  “Beh, vuol dire che con tanti figli zambiani primo o poi mi ritroverò una nuora cinese!” scherzo con Malama. “No way! Impossibile, <strong>i cinesi non si mischiano mai con noi, socializzano solo fra di loro. Vogliono solo le materie prime e la terra</strong>”.</p>
<div id="attachment_988" class="wp-caption aligncenter" style="width: 679px"><a href="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/04/DSC_3377_01.jpg"><img src="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/04/DSC_3377_01.jpg" alt="" title="DSC_3377_01" width="669" height="1000" class="size-full wp-image-988" /></a><p class="wp-caption-text">Pomulo, quando non studia da meccanico, fa lo stregone/mangiafuoco.</p></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://kizito.blogsite.org/2013/04/la-cina-e-qui/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sudan: Ancora restrizioni contro i cristiani</title>
		<link>http://kizito.blogsite.org/2013/04/sudan-ancora-restrizioni-contro-i-cristiani/</link>
		<comments>http://kizito.blogsite.org/2013/04/sudan-ancora-restrizioni-contro-i-cristiani/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 21 Apr 2013 13:32:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kizito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Life]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://kizito.blogsite.org/?p=983</guid>
		<description><![CDATA[Molti segnali fanno pensare che in Sudan siamo solo agli inizi di un piano di repressione contro tutte le chiese cristiane. Il ministro sudanese Al-Fatih Taj Al Sir ha annunciato a Khartoum il 19 aprile, durante un discorso al parlamento, che non saranno più dati permessi per la costruzione di chiese, affermando che le chiese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Molti segnali fanno pensare che in Sudan siamo solo agli inizi di un piano di repressione contro tutte le chiese cristiane.</strong> </p>
<p>Il ministro sudanese Al-Fatih Taj Al Sir ha annunciato a Khartoum  il 19 aprile, durante un discorso al parlamento, che <strong>non saranno più dati permessi per la costruzione di chiese</strong>, affermando che le chiese esistenti sono più che sufficienti per i fedeli, anzi, che molte chiese risultano essere abbandonate. Ha comunque garantito che la libertà di religione sarà rispettata.</p>
<p>Già agli inizi del 2012 agenti di sicurezza avevano perquisito la biblioteca della Chiesa Evangelica Presbiteriana del Sudan, che era stata fondata nel centro della capitale sudanese oltre cento anni fa, per “controllare il contenuto dei libri”. Poi in aprile dello stesso anno una folla violenta era entrata nei locali di una chiesa presbiteriana a Khartoum, <strong>bruciando le Bibbie</strong> e saccheggiando tutto. In giugno, sempre a Khartoum, due bulldozer mandati dal ministero delle pianificazione avevano distrutto due costruzioni appartenenti alla chiesa episcopale, dicendo che i fedeli non avevano nessun diritto di occupare quel terreno.   </p>
<p>Il Consiglio Mondiale delle Chiese di Ginevra ha denunciato che molti orfanotrofi e alcune scuole affiliate alle chiese cristiane sono stati chiusi nel 2012.</p>
<p>Dallo scorso dicembre che segnali di repressione contro le chiese cristiane si sono intensificati, dopo che HUDO (Human Rights and Development Organization) aveva  denunciato che i <strong>cristiani nuba erano sistematicamente fatti oggetto di discriminazioni da parte delle autorità locali</strong> in South Kordofan (l&#8217;area conosciuta anche come Monti Nuba) e delle autorità governative di Khartoum, e pochi giorni prima di Natale una chiesa in un sobborgo di Khartoum era stata demolita.</p>
<p>Il 20 dicembre due preti della chiesa Copta Ortodossa erano stati <strong>arrestati per aver preparato la conversione</strong> al cristianesimo di una donna musulmana.</p>
<p>Il 12 aprile il <strong>segretario generale della conferenza episcopale, padre Santino Morokomomo Maurino, di nazionalità sud-sudanese, è stato espulso</strong>, quasi contemporaneamente alla chiusura di un istituto cattolico, il Catholic Language Institute of Khartoum (CLIK) che operava dal 1986 per l&#8217;insegnamento dell&#8217;arabo ai missionari, ma che negli ultimi anni era frequentato soprattutto da studenti laici. Immediatamente dopo sono stati<strong> espulsi anche i due missionari che gestivano il CLICK</strong>, il francese padre Michel Fleury e l&#8217;egiziano Fratel Hossam, entrambi della congregazione dei Fratelli de la Salle, la cui attività, si dice, era da tempo monitorata dai servizi segreti. In questo caso erano state fonti vicine alla chiesa cattolica a rassicurare la stampa che <em>“l&#8217;espulsione di padre Maurino e dei due missionari lassaliani che gestivano il centro linguistico per conto della conferenza episcopale è il risultato di errori amministrativi </em>(cioè la conferenza episcopale non aveva richiesto l&#8217;autorizzazione per la frequenza di laici) <em>e non intende cambiare le relazioni esistenti fra la Chiesa Cattolica e il governo”.<br />
</em><br />
Le autorità ecclesiastiche  non vogliono esacerbare gli animi, ma ormai è chiaro con l&#8217;ultima dichiarazione ministeriale che <strong>è in corso un vero e proprio un cambiamento della politica del  governo sudanese nei confronti dei cristiani.</strong></p>
<p>Sin da quando si era capito, nel 2011, che il Sud Sudan avrebbe scelto per l&#8217;indipendenza, il governo di Khartoum aveva minacciato l&#8217;introduzione della legge islamica, la sharia, nel nord, che in conseguenza della divisione del paese sarebbe diventato a netta prevalenza islamica. </p>
<p>Le azioni di questi ultimi mesi potrebbero essere la preparazione al mancato rinnovo dei permessi di residenza a missionari, <strong>per arrivare di fatto ad una espulsione “dolce” di tutto il personale straniero</strong>. Se i cristiani diminuiscono, se le chiese sono vuote, logica vuole che i missionari siano inutili, e che quindi il governo sia giustificato nel non rinnovare i permessi . </p>
<p>La realtà è un po diversa. Dall&#8217;ovest (Darfur) all&#8217;est (Southern Blue Nile) passando per i Monti Nuba e perfino per la periferia di Khartoum, la simpatia e il supporto per le chiese cristiane è in netta crescita. In alcuni casi, come sui Monti Nuba, <strong>le conversioni al cristianesimo sono in considerevole aumento</strong>, e il governo di Khartoum vede con enorme preoccupazione questo fenomeno: le aree più ostili alle sue politiche diventano progressivamente più cristiane. La decisione di intensificare la repressione e di muoversi verso leggi di tipo saudita rischia solo di far crescere le tensioni. </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://kizito.blogsite.org/2013/04/sudan-ancora-restrizioni-contro-i-cristiani/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ritorno al Villaggio</title>
		<link>http://kizito.blogsite.org/2013/04/ritorno-al-villaggio/</link>
		<comments>http://kizito.blogsite.org/2013/04/ritorno-al-villaggio/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2013 13:27:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kizito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Life]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://kizito.blogsite.org/?p=978</guid>
		<description><![CDATA[“Da Majimoto sono partita nel 1985, avevo 18 anni, e sono andata a vivere a Nairobi, nel quartiere di Kawangware. La vita non è stata quella che ho sognato. Ho avuto tre figli, poi il mio uomo è morto. Già eravamo poveri e vivere è diventato ancor più difficile. Son tornata qui nel 2000, credendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Da Majimoto sono partita nel 1985, avevo 18 anni, e sono andata a vivere a Nairobi, nel quartiere di Kawangware. La vita non è stata quella che ho sognato. Ho avuto tre figli, poi il mio uomo è morto. Già eravamo poveri e vivere è diventato ancor più difficile. Son tornata qui nel 2000, credendo di potermi re-inserire. Ma non c&#8217;era speranza, e son tornata a Nairobi. I miei figli hanno imparato a vivere fuori casa&#8230; Li vedevo sempre più raramente. Ora sono felice di essere qui, due dei miei figli hanno imparato la strada per tornare a casa, forse loro riusciranno a fare quel ritorno che per me non è stato possibile.”</p>
<p>Majimoto è un villaggio nel nord della Tanzania, vicino al parco del Serengeti. Da Nairobi ci vogliono oltre una decina d&#8217;ore d&#8217;auto. Sette per arrivare al confine, attraversando successivamente il fondo della Rift Valley, i campi di grano di Narok, le piantagioni di te di Sotik e Kisii, e poi le piantagioni di canna da zucchero di Migori. Un paesaggio verdissimo, di grandi colline, che si apre su  ampi orizzonti. Poi, dopo il confine a Isebania, due ore di paesaggio sempre più aperto, fin quasi a Musoma, sul lago Vittoria, e infine due ore di imprevedibile strada sterrata. </p>
<p>In questo ritorno al villaggio, con Boche (“miele” in lingua locale), la salute minata da una vita difficile, sono venuti anche due dei suoi figli, P., 20 anni, all&#8217;ultimo anno di scuola superiore, e W., 18 anni, secondo anno di scuola superiore. C&#8217;erano anche John, operatore sociale di Koinonia, e un amico italiano. <strong>Sono stati P. e W. a volere questo viaggio, per riconnettersi alle loro origini. </strong>Il ricordo del padre si è perso nelle nebbie della prima infanzia, e non hanno mai conosciuto la sua famiglia. Se per tutti è importante avere delle radici, lo è ancora di più in Africa, dove essere parte di un villaggio, di un clan, di un popolo è indispensabile per poter dire di esistere.</p>
<p>P. e W. sono stati recuperati della strada nel 2006, dagli operatori sociali di Koinonia. Sono entrambi timidi, riservati, di poche parole. Portano sempre il peso del loro passato. Al villaggio della mamma erano già tornati una volta, quattro anni fa, usando mezzi pubblici. Adesso al villaggio hanno ritrovato quattordici zii e un numero incalcolabile di cugini, dato che alcuni zii hanno diverse mogli.   La loro guida per cercare di capire i complicati legami familiari è stato lo zio più giovane, diciannovenne, sposato da pochi mesi.  La nonna, una donna coi capelli bianchi ma ancora forte, li ha abbracciati quasi piangendo “Temevo non vi avrei più visto”. </p>
<p>Il salto culturale fra Nairobi e Majimoto, dove non ci sono acqua potabile e corrente elettrica e dove nei giorni di pioggia, come in questa stagione, non si può&#8217; far altro che restare nelle capanne a chiacchierare, è stato grande.   <strong>I due fratelli sono sentiti accolti, amati.</strong> Gli zii hanno entusiasticamente assicurato che quando torneranno per stabilirsi definitivamente al villaggio, verrà&#8217; loro assegnato un grande appezzamento dove potranno stabilirsi con mogli – nella nostra tradizione, hanno precisato, se ne possono avere fino a otto &#8211; e figli. P. ha notato come ci sia un grande rispetto delle persone. Un mattino, andando insieme ad uno zio a visitare i suoi campi, hanno trovato dei ragazzi di un villaggio vicino che stavano mangiando dei frutti.  “A Nairobi li avrebbero ammazzati di botte” dice P., qui invece lo zio ha solo rimproverato i ragazzi, e poi ha spiegato ai due fratelli che se una persona ha fame ha diritto di mangiare tutto quello che trova, a patto che non porti via niente. Mangiare sul posto non è rubare.</p>
<p>Tuttavia alcuni aspetti che si ricordavano vagamente dalla visita precedente e che magari hanno studiato sui libri di scuola, nella vita reale si dono dimostrati difficile da interiorizzare.  Il giorno dell&#8217;arrivo, W., mentre parlava con alcuni dei cugini della sua eta, è svenuto, cadendo a terra, rigido come un tronco, lui che è un bravissimo acrobata. </p>
<p><strong>Non credo che P. e W. torneranno mai a vivere stabilmente a Majimoto</strong>. Eppure sono sinceri quando dicono che adesso che conoscono bene la strada ci torneranno più spesso, e quando si saranno sistemati a Nairobi, con una moglie e due o tre figli, precisano, cercheranno di introdurre dei miglioramenti nella vita del villaggio della loro mamma.</p>
<p>Nel viaggio di ritorno ho ricordato ai due fratelli ciò che mi ha insegnato un missionario che ha evangelizzato un&#8217;intera provincia del Sud Sudan nella prima meta del secolo scorso: <strong>quando sei di fronte a situazioni nuove e difficili, parla poco, non giudicare neanche in cuor tuo, ascolta molto, cerca di capire perché ci sono sempre delle ragioni anche per i comportamenti apparentemente più strani. Ringrazia Dio quando la gente accetta di condividere con te la sua vita.  Accontentati di essere presente, e di amare.</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://kizito.blogsite.org/2013/04/ritorno-al-villaggio/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Immaginare la pace a Nairobi</title>
		<link>http://kizito.blogsite.org/2013/04/immaginare-la-pace-a-nairobi/</link>
		<comments>http://kizito.blogsite.org/2013/04/immaginare-la-pace-a-nairobi/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 05 Apr 2013 08:05:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kizito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Life]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://kizito.blogsite.org/?p=970</guid>
		<description><![CDATA[Da oggi i miei post di interesse generale sono pubblicati anche nel sito di The Post Internazionale, a http://www.thepostinternazionale.it/. Se vai a visitarlo fai crescere le mie azioni! La sera a Kivuli, la prima casa per ex-bambini di strada che abbiamo aperto a Riruta, estrema periferia di Nairobi, quando è possibile ceno con alcuni dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Da oggi i miei post di interesse generale sono pubblicati anche nel sito di The Post Internazionale, a http://www.thepostinternazionale.it/. Se vai a visitarlo fai crescere le mie azioni!</strong></p>
<p>La sera a Kivuli, la prima casa per ex-bambini di strada che abbiamo aperto a Riruta, estrema periferia di Nairobi, quando  è possibile ceno con alcuni dei ragazzini. La mia cucina  è piccola e stasera ne ho invitati solo sette degli oltre cinquanta che formano la grande famiglia di Kivuli. Sono tutti fra gli otto e i dodici anni, a parte Niko, ed hanno vissuto insieme in strada a Kibera, il più grande slum di Nairobi. Da qualche mese hanno formato un coro che domani si esibirà in una parrocchia, presentando un loro DVD di canzoni che ha come tema la pace.</p>
<p>Gli altri hanno già finito, si sono lavati le mani e adesso stanno sparecchiando e lavando le stoviglie. Simon, invece, sta ancora gustando gli ultimi bocconi di ugali, la polenta keniana, con uno spezzatino di carne e verdure. Qualche anno fa la fame lo spinse a rubare qualcosa da una bancarella e fu quasi ammazzato di botte. Se la cavò con l&#8217;avambraccio destro rotto, i suoi amici glielo fasciarono con bende e stecche di legno, cosi l&#8217;osso si è saldato male, e anche la mano è parzialmente anchilosata. Ecco perché Simon ha un po di difficoltà a mangiare usando la mano destra, come la buona educazione vorrebbe. </p>
<p>«Domani canterete anche Amka Kenya, la vostra canzone più bella, in cui esortate la gente a rinascere nella pace. Siete capaci di spiegarmi cos&#8217;è la pace?», li provoco. Restano un po perplessi, a parte Andrew che sta per parlare, ma lo fermo e suggerisco che ci pensino bene aspettando che Simon finisca. Ci penso anch&#8217;io. Non è facile definire la pace. Da quando papa Paolo VI ha istituito la Giornata mondiale della pace, oltre quarant&#8217;anni fa, ogni anno il papa fa una riflessione sul tema. Ma una definizione di pace resta irraggiungibile, tante sono le componenti che entrano in gioco. Effettivamente, come questi bambini hanno intuito, solo la musica e la poesia sono adatte a farci assaporare la pace. </p>
<p>Quando siamo pronti, il tavolo della cucina sgombro e pulito, tutti seduti e pronti ad ascoltarci reciprocamente, ripeto la domanda. Il primo a lanciarsi è di nuovo Andrew, con l&#8217;audacia dei suoi 9 anni: «La pace è quando ci vogliamo tutti bene». Certo, concordano tutti; ma c&#8217;è anche qualche critica: la spiegazione è troppo vaga, cosa vuol dire che “ci vogliamo tutti bene”? Dopo altre risposte evasive, Twaha propone: «La pace è come quando ci sediamo insieme a mangiare e condividiamo il cibo. Tutti mangiano a sufficienza, senza litigare». Poi, guardando Simon, aggiunge: «Anche se qualcuno è più lento, bisogna rispettarlo». </p>
<p>Intervengo e sottolineo che hanno raggiunto un punto importante: la pace c&#8217;è solo se c&#8217;è giustizia, e una giustizia vera, che tenga conto delle necessità e dei limiti di tutti. Il cibo condiviso e sufficiente per tutti è poi un grande segno di giustizia, e di amore. Gesù non ha forse sfamato le folle? Ci mettono un po’ a elaborare il passaggio dal loro linguaggio concreto all&#8217;idea astratta di giustizia, ma si vede nei loro occhi che lo stanno facendo. Poi Niko, l&#8217;unico che arriva ai quindici anni, aggiunge: «Quando diciamo amore dobbiamo fare qualcosa per dimostralo, altrimenti è solo una parola». Riprendo io, evidenziando ancora la verità di quanto hanno detto: «La pace e la giustizia non possono essere solo un sentimento: devono diventare visibili nei gesti e nelle cose». Approvano. Hanno capito. Dovranno fare ancora il passaggio dal loro piccolo mondo alla grande società, ma sono certo che non dimenticheranno il nostro dialogo; i loro occhi, infatti, erano troppo attenti. Qualche altro breve commento, mentre si alzano per raggiungere gli altri che stanno già giocando in cortile, lo prova. </p>
<p>Mentre scendono la scala uno poi due poi tre intonano Amka Kenya. Dal cortile si uniscono prima quelli che stanno facendo esercitazioni di giocoleria, quindi anche quelli che giocano a pallone e gli spettatori. Canto e pace nel cuore della violenza di Nairobi. </p>
<p><a href="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/04/Simba-Na-Mende-146_01.jpg"><img src="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/04/Simba-Na-Mende-146_01.jpg" alt="" title="Simba Na Mende 146_01" width="1000" height="667" class="aligncenter size-full wp-image-971" /></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://kizito.blogsite.org/2013/04/immaginare-la-pace-a-nairobi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Papa Francesco</title>
		<link>http://kizito.blogsite.org/2013/03/papa-francesco/</link>
		<comments>http://kizito.blogsite.org/2013/03/papa-francesco/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 14 Mar 2013 17:27:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kizito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Life]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://kizito.blogsite.org/?p=965</guid>
		<description><![CDATA[In piedi, dritto, quasi sull&#8217;attenti di fronte al suo popolo. Le parole semplici. La richiesta di preghiere e la recita insieme al popolo delle preghiere che tutti conoscono. Poi inchinato, che implora “per favore” la benedizione di tutti. Sempre, sul volto segnato dall&#8217;età, un’espressione e uno sguardo sereni, da ragazzo che guarda in avanti con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='it' style='display:none;'>
In piedi, dritto, quasi sull&#8217;attenti di fronte al suo popolo. Le parole semplici. La richiesta di preghiere e la recita insieme al popolo delle preghiere che tutti conoscono. Poi inchinato, che implora “per favore” la benedizione di tutti. Sempre, sul volto segnato dall&#8217;età, un’espressione e uno sguardo sereni, da <strong>ragazzo che guarda in avanti con speranza, in pace con tutti e pronto a fare il suo dovere.<br />
</strong><br />
Il vescovo di Roma, la Chiesa che presiede nella carità tutte le Chiese, mi ha fatto sentire la gioia di essere nella comunione di una Chiesa che ha straordinarie riserve di innovazione e di giovinezza. Francesco è un giovane, perché la fede nutre la speranza e la carità, e mantiene per sempre giovani. Le sue prime parole oggi, alla sua prima uscita dal Vaticano, sono state di misericordia, perdono, speranza. Sono certo che darà a tutti uno slancio nuovo, aprirà nuove strade e nuovi orizzonti. Veramente <strong>la fede giovane del Sud del mondo diventa, con Francesco, visibile capo della Chiesa di Roma.</strong></p>
<p>Vogliono a tutti i costi trovargli difetti, silenzi colpevoli, alleanze sporche. Certamente non sarà perfetto, e avrà delle colpe anche se non gravi come quelle che vogliono attribuirgli. La grandezza di una persona non sta nell&#8217;essere perfetto, perché perfetto è solo il Padre che è nei cieli, sta piuttosto nella disponibilità a rinascere sempre, nello spirito, come Gesù spiega a Nicodemo.</p>
<p>Francesco è il tipo di papa che posso immaginare venga a Nairobi e si metta a parlare con le donne in fila per l’acqua alla fontana di Kivuli, o a camminare per le strade di Kibera ascoltando partecipe e divertito le storie dei bambini di strada.
</p></div>
<div class='en' style=''>
Standing, straight, almost at attention in front of his people. The simple words. The request for prayer and the recitation with the people of the simple Christian prayers that everyone knows. Then, bowing, and imploring &#8220;please&#8221;, he asks the blessing of all. Always, on the face marked by age, an serene expression, like that <strong>a young man looking forward with hope, in peace with everybody and ready to do his duty.</strong></p>
<p>The Bishop of Rome, the Church which presides in charity all the Churches, made me feel the joy of being in communion with a Church that has extraordinary reserves of innovation and youth. Francis is a young person, because faith nourishes hope and charity, and keeps forever young. His first words today, in his trips outside the Vatican, were of mercy, forgiveness and hope. I am sure that will give everyone a new impetus, will open up new avenues and new horizons. With Francis, indeed, <strong>the young faith of the South of the world enters the Church of Rome.</strong></p>
<p>They want to find in him, at all costs, many failures: guilty silence, dirty alliances. Certainly he is not perfect, and has faults, though probably not as severe as those which they want to attibute to him. The greatness of a person is not in being perfect, because perfect is only the Father who is in heaven, the greatness is rather in the willingness to always be reborn in the spirit, as Jesus explained to Nicodemus.</p>
<p>Francis is the kind of pope I can imagine coming to Nairobi and going to talk to the women in line for the water from the fountain of Kivuli, or walking the streets of Kibera listening with participation and true concern to the stories of the street children.
</p></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://kizito.blogsite.org/2013/03/papa-francesco/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una Chiesa Povera e Fraterna &#8211; A Poor and Fraternal Church</title>
		<link>http://kizito.blogsite.org/2013/03/una-chiesa-povera-e-fraterna-a-poor-and-fraternal-church/</link>
		<comments>http://kizito.blogsite.org/2013/03/una-chiesa-povera-e-fraterna-a-poor-and-fraternal-church/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2013 02:05:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kizito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Life]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://kizito.blogsite.org/?p=959</guid>
		<description><![CDATA[Nel 1965, negli ultimi giorni del Concilio Vaticano II, prima di tornare alle loro diocesi, un quarantina di padri conciliari in maggioranza latino-americani, concelebrarono l&#8217;Eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma. Poi si impegnarono a costruire una Chiesa “serva e povera”, come aveva suggerito papa Giovanni XXIII, cioè a vivere in povertà, a rinunciare a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='it' style='display:none;'>
Nel 1965, negli ultimi giorni del Concilio Vaticano II, prima di tornare alle loro diocesi, un quarantina di padri conciliari in maggioranza latino-americani, concelebrarono l&#8217;Eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma. Poi si impegnarono a <strong>costruire una Chiesa “serva e povera”</strong>, come aveva suggerito papa Giovanni XXIII, cioè a vivere in povertà, a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Firmarono un testo, l&#8217;originale era in portoghese, probabilmente scritto da Dom Helder Camara, arcivescovo di Olinda e Recife in Brasile, dopo giornate di consultazioni con gli altri aderenti. La versione italiana che circola sul web ha qualche sbavatura, ma la semplicità, chiarezza e concretezza restano dirompenti.</p>
<p>Leggendolo ci si domanda inevitabilmente: perché quei vescovi non sono riusciti a contagiare tutti i fedeli e gli altri vescovi con il loro sogno di una chiesa povera e fraterna? Sono forse stati ostacolati nella realizzazione dei loro programmi? Dopo di loro, le loro diocesi sono state governate da vescovi nominati perché ritornassero sulle vecchie strade? Perché, dopo quella visione di quasi cinquant&#8217;anni fa, ci ritroviamo con tanti scandali legati alla mala gestione del potere ecclesiastico? </p>
<p>Se le dimissioni di Papa Benedetto ridonano al papa una dimensione umana, l&#8217;impegno di quei quaranta vescovi voleva <strong>reinserire con più evidenza la chiesa tutta nella storia umana</strong>.</p>
<p>E&#8217; bello oggi, mentre i cardinali entrano in conclave, rileggere questo testo. Ci fa respirare vangelo e speranza. Ci rassicura. Ci conferma che la Chiesa non sono solo quei 115 elettori. Che l&#8217;amore e il servizio che la chiesa donano al mondo non sono solo nei loro cuori e nelle loro mani. Che ciò che noi tutti poveri cristiani facciamo ogni giorno è per lo meno altrettanto importante di quanto fa un cardinale, e che nella chiesa la gerarchia non  è costruita sul potere e sui titoli onorifici, ma sulla santità. </p>
<p>Ci sono tante persone, in ogni condizione di vita, che portano avanti il sogno di quei vescovi. Illusi? No, profeti di un mondo ancora in gestazione.</p>
<p>Ecco il testo di quello che è stato chiamato “Il Patto delle Catacombe”<br />
.<br />
<em>Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:<br />
Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.</p>
<p>- Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cf. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento. Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cf. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.</p>
<p>- Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.</p>
<p>Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. Cf. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.</p>
<p>Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.</p>
<p>Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.</p>
<p>Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cf. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1 Cor 4,12 e 9,1-27.</p>
<p>Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cf. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.</p>
<p>Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cf. At. 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16.</p>
<p>Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo: – a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere;</p>
<p>A richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.</p>
<p>Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così: – ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro; – formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito che capi secondo il mondo; – cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…; – saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Cf. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.</p>
<p>Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai fedeli delle nostre diocesi la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.</p>
<p>Aiutaci Dio ad essere fedeli.
</p></div>
<p></em></p>
<div class='en' style=''>
In 1965, during the last days of the Second Vatican Council, forty council fathers before returning to their dioceses most of the in Latin American countries, concelebrated the Eucharist in the catacombs of Domitilla in Rome. They pledged to <strong>build a &#8220;poor and servant church&#8221;</strong> as Pope John XXIII had suggested: to live in poverty, to give up all the symbols or privileges of power and to put the poor at the center of their pastoral ministry. They signed a text, in Portuguese since most probably it was written by Dom Helder Camara, Archbishop of Olinda and Recife in Brazil, after days of consultations with other members. The English version circulating on the web may not be perfect, but its the simplicity, clarity and concreteness remain extraordinary.</p>
<p>Reading it inevitably raises the question: why the bishops have failed to infect all the faithful and the other bishops with their dream of a poor and fraternal church? Have they been impeded to carry out their commitments? After them, were their dioceses governed by bishops appointed with the duties to restore the old ways? Why, after this vision almost fifty years old, we are still left with so many scandals related to the mismanagement of ecclesiastical power?</p>
<p>If the resignation of Pope Benedict give a human dimension to the figure of the pope, the commitment of those forty bishops wanted to <strong>re-insert with more evidence the whole church in the  human history.<br />
</strong><br />
It is good today, while the cardinals enter the conclave, to read this text. It breathes gospel and hope. It reassures us. It confirms that the Church are not only those 115 voters. The love and service that the church gives to the world are not only in their hearts and in their hands. What we, simple and poor Christians, do every day is at least as important as what a cardinal does. <strong>In the church the true hierarchy is not that of power and  honorific titles, but that of holiness.</strong></p>
<p>There are so many people in every walk of life, who carry on with the dream of those bishops. Hopelessly deluded? No, prophets of a world still in the making.</p>
<p>Here is the text of what has been called &#8220;The Pact of the Catacombs&#8221;.</p>
<p><em>We, bishops assembled in the Second Vatican Council, are conscious of the deficiencies of our lifestyle in terms of evangelical poverty. Motivated by one another in an initiative in which each of us has tried avoid ambition and presumption, we unite with all our brothers in the episcopacy and rely above all on the grace and strength of Our Lord Jesus Christ and on the prayer of the faithful and the priests in our respective dioceses. Placing ourselves in thought and in prayer before the Trinity, the Church of Christ, and all the priests and faithful of our dioceses, with humility and awareness of our weakness, but also with all the determination and all the strength that God desires to grant us by his grace, we commit ourselves to the following:</p>
<p>1.We will try to live according to the ordinary manner of our people in all that concerns housing, food, means of transport, and related matters. See Matthew 5,3; 6,33ff; 8,20.</p>
<p>2.We renounce forever the appearance and the substance of wealth, especially in clothing (rich vestments, loud colors) and symbols made of precious metals (these signs should certainly be evangelical). See Mark 6,9; Matthew 10,9-10; Acts 3.6 (Neither silver nor gold). </p>
<p>3.We will not possess in our own names any properties or other goods, nor will we have bank accounts or the like. If it is necessary to possess something, we will place everything in the name of the diocese or of social or charitable works. See Matthew 6,19-21; Luke 12,33-34.</p>
<p>4.As far as possible we will entrust the financial and material running of our diocese to a commission of competent lay persons who are aware of their apostolic role, so that we can be less administrators and more pastors and apostles. See Matthew 10,8; Acts 6,1-7.</p>
<p>5.We do not want to be addressed verbally or in writing with names and titles that express prominence and power (such as Eminence, Excellency, Lordship). We prefer to be called by the evangelical name of &#8220;Father.&#8221; See Matthew 20,25-28; 23,6-11; John 13,12-15).</p>
<p>6.In our communications and social relations we will avoid everything that may appear as a concession of privilege, prominence, or even preference to the wealthy and the powerful (for example, in religious services or by way of banquet invitations offered or accepted). See Luke 13,12-14; 1 Corinthians 9,14-19.</p>
<p>7.Likewise we will avoid favoring or fostering the vanity of anyone at the moment of seeking or acknowledging aid or for any other reason. We will invite our faithful to consider their donations as a normal way of participating in worship, in the apostolate, and in social action. See Matthew 6,2-4; Luke 15,9-13; 2 Corinthians 12,4.</p>
<p>8.We will give whatever is needed in terms of our time, our reflection, our heart, our means, etc., to the apostolic and pastoral service of workers and labor groups and to those who are economically weak and disadvantaged, without allowing that to detract from the welfare of other persons or groups of the diocese. We will support lay people, religious, deacons, and priests whom the Lord calls to evangelize the poor and the workers by sharing their lives and their labors. See Luke 4,18-19; Mark 6,4; Matthew 11,4-5; Acts 18,3-4; 20,33-35; 1 Corinthians 4,12; 9,1-27. </p>
<p>9.Conscious of the requirements of justice and charity and of their mutual relatedness, we will seek to transform our works of welfare into social works based on charity and justice, so that they take all persons into account, as a humble service to the responsible public agencies. See Matthew 25,31-46; Luke 13,12-14; 13,33-34.</p>
<p>10.We will do everything possible so that those responsible for our governments and our public services establish and enforce the laws, social structures, and institutions that are necessary for justice, equality, and the integral, harmonious development of the whole person and of all persons, and thus for the advent of a new social order, worthy of the children of God. See Acts 2,44-45; 4;32-35; 5,4; 2 Corinthians 8 and 9; 1 Timothy 5,16.</p>
<p>11.Since the collegiality of the bishops finds its supreme evangelical realization in jointly serving the two-thirds of humanity who live in physical, cultural, and moral misery, we commit ourselves: a) to support as far as possible the most urgent projects of the episcopacies of the poor nations; and b) to request jointly, at the level of international organisms, the adoption of economic and cultural structures which, instead of producing poor nations in an ever richer world, make it possible for the poor majorities to free themselves from their wretchedness. We will do all this even as we bear witness to the gospel, after the example of Pope Paul VI at the United Nations.</p>
<p>12.We commit ourselves to sharing our lives in pastoral charity with our brothers and sisters in Christ, priests, religious, and laity, so that our ministry constitutes a true service. Accordingly, we will make an effort to &#8220;review our lives&#8221; with them; we will seek collaborators in ministry so that we can be animators according to the Spirit rather than dominators according to the world; we will try be make ourselves as humanly present and welcoming as possible; and we will show ourselves to be open to all, no matter what their beliefs. See Mark 8,34-35; Acts 6,1-7; 1 Timothy 3,8-10.</p>
<p>When we return to our dioceses, we will make these resolutions known to our diocesan priests and ask them to assist us with their comprehension, their collaboration, and their prayers.<br />
May God help us to be faithful.
</p></div>
<p> </em><br />
<div id="attachment_961" class="wp-caption aligncenter" style="width: 630px"><a href="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/03/File0003-1.jpg"><img src="http://kizito.blogsite.org/wp-content/uploads/2013/03/File0003-1-1024x837.jpg" alt="" title="File0003-1" width="620" height="506" class="size-large wp-image-961" /></a><p class="wp-caption-text">Dom Helder Camara.</p></div></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://kizito.blogsite.org/2013/03/una-chiesa-povera-e-fraterna-a-poor-and-fraternal-church/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
